Jurgen Habermas: la disuguaglianza avvelena l’Europa più dei sovranismi

Da Repubblica – II grande filosofo riflette sui mali e sul destino dell’Unione. Ricordandoci che i populismi nascono sulla scia non delle migrazioni ma della crisi economica del 2008. E che si battono riducendo il divario tra i paesi membri

 

Come ha potuto farsi così acuta, nel corso degli ultimi dieci anni, la contraddizione tra l’adesione di facciata all’Europa (adesione che si continua a ribadire) e la concreta opposizione alle necessarie azioni di cooperazione e integrazione europea? E come fa l’Unione monetaria europea a rimanere ancora in piedi, quando in tutti i paesi assistiamo a una continua crescita della resistenza “anti-Bruxelles” portata avanti dai populismi di destra, e quando nel cuore dell’Europa, in uno dei sei Stati fondatori della Comunità economica europea questa resistenza ha condotto persino a un’alleanza programmaticamente antieuropeista tra populisti di destra e di sinistra?

I temi dell’immigrazione e delle politiche di riconoscimento dell’asilo politico, che dal settembre del 2015 dominano i media in Germania e catturano in modo esclusivo l’attenzione dell’opinione pubblica, si propongono come risposta immediata alla domanda sulla causa determinante dei sempre più acuti riflessi di difesa antieuropeisti. Ma se si considera l’Europa nel suo complesso, e soprattutto l’eurozona nel suo complesso, l’aumento delle migrazioni non può costituire la spiegazione primaria per la crescita dei populismi di destra; e questo perché il mutamento nell’opinione pubblica si è prodotto molto prima, in risposta alle controverse politiche intraprese per superare la crisi finanziaria che iniziò nel 2008 e la crisi del debito sovrano innescata dalla crisi economica del 2010.

Le voci critiche che più si fanno sentire sulla scena economica internazionale, ossia quelle del mainstream anglosassone schierato contro le misure di austerità imposte da Schäuble e Merkel, hanno ottenuto poco spazio e considerazione da parte delle redazioni economiche dei grandi media; esattamente come le redazioni politiche hanno tralasciato di informare sui danni sociali e umani che, non solo in paesi come la Grecia o il Portogallo, le politiche di austerità hanno prodotto. In alcune regioni il tasso di disoccupazione è ancora di poco inferiore al 20 per cento, mentre la disoccupazione giovanile ammonta a quasi il doppio. È uno scandalo che, nell’edificio ancora incompiuto dell’Unione europea, una cura da cavallo capace di penetrare così a fondo nel tessuto sociale di una qualsiasi nazione sia stata adottata senza alcuna reale legittimazione, almeno non secondo i nostri consueti standard democratici. Questa spina è ancora oggi conficcata nelle carni e nelle coscienze delle popolazioni europee.

Ma proprio l’eurozona così come la conosciamo soffre di un problema che rischia di danneggiare l’intero progetto europeo: noi, e in particolare noi abitanti di una Germania in espansione economica, distogliamo lo sguardo di fronte al semplice fatto che l’euro è stato adottato con l’aspettativa, e al contempo con la promessa politica, di un allineamento delle condizioni di tutti i paesi membri, mentre in concreto si è verificato l’esatto opposto. Distogliamo lo sguardo davanti al reale motivo della mancanza di cooperazione tra gli Stati – più urgente che mai – ossia davanti al fatto che nessuna unione monetaria può sopravvivere alla continua e perdurante divergenza tra i bilanci economici dei singoli Stati, la quale implica anche divergenza nelle condizioni di vita.

Al di là del fatto che oggi, di fronte a una modernizzazione capitalistica iperaccelerata, ci troviamo ad affrontare anche il malessere dovuto a profondi cambiamenti sociali, io non ritengo che i sentimenti antieuropeisti fomentati dai populismi di destra e di sinistra siano un fenomeno derivante dal nazionalismo. I sentimenti antieuropei, in maniera totalmente indipendente dal tema delle migrazioni, scaturiscono dalla realistica percezione che l’Unione monetaria non sia più un vantaggio per tutti i paesi membri. Il Sud dell’Europa contro il Nord e viceversa: i “perdenti” si sentono trattati ingiustamente, i “vincitori” respingono tali imputazioni. Come si è fatto evidente, il rigido sistema di regole imposte agli Stati membri dell’Unione monetaria europea va a tutto vantaggio dei paesi economicamente più forti, senza offrire in cambio alcuno spazio né alcuna attribuzione di competenze tale da condurre a un’azione condivisa e dotata di flessibilità. Perciò, a mio parere, la questione su cui davvero emergono differenze di vedute politiche non è quella riguardante l’essere a favore o contro l’Unione europea.

L’unico modo in cui l’Unione potrebbe guadagnare capacità di azione politica e recuperare il supporto dei suoi cittadini sarebbe attraverso l’istituzione, a livello europeo, di poteri e risorse per programmi democraticamente legittimati miranti a contrastare l’acuirsi delle divergenze economiche e sociali tra gli Stati membri.

È interessante notare come questa alternativa tra l’obiettivo di stabilizzare la valuta, da un lato, e il fine più ampio di una politica di riduzione degli squilibri economici, dall’altro, non sia ancora stata apertamente politicizzata. Non esiste alcuna sinistra pro Europa che sostenga la costruzione di un’Unione europea capace di agire politicamente a livello globale e che dia considerazione anche agli obiettivi di più ampio respiro, come una lotta all’evasione fiscale più concreta, l’istituzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie e una regolamentazione dei mercati finanziari molto più severa. Solo così i socialdemocratici potrebbero differenziarsi dagli obiettivi, ispirati a un liberalismo annacquato, di un “centro” sempre più ampio.

Se infine mi si domanda una valutazione generale della situazione odierna, non come cittadino ma come osservatore accademico, devo confessare che in questo momento non vedo segnali incoraggianti. Se ha senso il collegamento che ipotizzo tra le divergenze economiche degli Stati membri e l’avanzata dei populismi di destra, le istituzioni della democrazia costituzionale sono destinate a subire altri danni. Lo scenario negativo che ho tracciato, chiaramente, non è altro che questo: uno scenario negativo. Ci si accorge di aver raggiunto il punto di non ritorno solamente quando è ormai troppo tardi. Possiamo solo sperare che il brusco rifiuto che il governo federale tedesco ha opposto alle proposte di riforma di Macron non sia stata l’ultima occasione mancata.

 

Traduzione di Eleonora Piromalli. Il testo è una sintesi del lungo articolo pubblicato sul nuovo numero di Micromega, “Un’altra Europa è necessaria”, in edicola, libreria, ebook e iPad da oggi

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